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edizioni e/o 2007
pagg. 215, € 16,50


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 INCIPIT

PALERMO, BORGO VECCHIO

 

Il ronzio è intermittente, ossessivo. A tratti cresce d’intensità in modo insopportabile, poi rallenta improvvisamente, s’inceppa, agonizza.

Adesso ricomincia, urla.

 

Nessun dubbio. Per Terio il Borgo era accettabile solo di notte. Vuoto, rarefatto... insomma l’altra anima del quartiere schizofrenico nel quale, suo malgrado, abitava. Suo malgrado  giusto perché era uno stanziale dell’opposizione, uno spirito di contraddizione vivente, non perché preferisse abitare da un’altra parte. Ma siccome il Borgo era il regno incontrastato di sua madre e sua sorella, Terio sentiva di dovergli fare la guerra per partito preso.

Guerra... partito... opposizione... aveva sognato di nuovo il telegiornale, ecco da dove veniva tutta quella agitazione. Sbatté le palpebre per abituarsi alla strana luce che illuminava la camera, un bagliore bluastro ondeggiante. Guardò l’orologio: le cinque. Le cinque? Doveva essere accaduto qualcosa in piazza, dal rumore sembrava che fosse mattina di pieno mercato.

Imprecò fra i denti e infilò il corridoio per raggiungere la cucina, strascicando i piedi sul pavimento di cemento a mosaico, come fossero agganciati a un peso di cento chili. Ma c’era chi lo aveva preceduto: in terrazza, sua sorella Fana era abbarbicata alla ringhiera in modo da offrire il voluminoso didietro pericolosamente in bilico sul parapetto e la vedova Mangiaracina, col viso livido per le luci intermittenti della piazza, teneva le mani giunte sotto il mento che si alzava e abbassava al suono di Gèsu Gèsu Gèsu...

Più che l’esigenza di mantenere vivo il suo personaggio, brontolando a dismisura per quell’inaspettata sveglia neppure a metà delle sue abituali ore di sonno, poté la curiosità per lo spettacolo che si rappresentava sotto di lui.

Decine di volanti della polizia riempivano gli spazi tra le botteghe e le bancarelle coperte per la notte. Poliziotti in assetto da combattimento brulicavano in piazza o, a gruppi, s’inoltravano nella ragnatela dei vicoli. Alcune persone erano in manette mentre altre venivano fatte salire sulle volanti che si allontanavano sgommando.

All’angolo di fronte, sul marciapiede largo che, di giorno, era celato da una tettoia di tela blu, al centro di un capannello di uomini in divisa circondato da un nastro, s’individuava un fagotto coperto da un lenzuolo bianco e rosso. Più rosso che bianco. Dal quale usciva un paio di piedi con scarpe da ginnastica immacolate.

Terio si strinse le braccia al petto e sollevò lo sguardo sopra i tetti con una smorfia annoiata. Faceva freschino.

Due uomini in borghese si avvicinarono al fagotto e presero delle misure, poi, volgendosi, furono di fronte alla terrazza. Guardarono verso di loro. Fana sobbalzò con un rumoroso risucchio. Terio si grattò fra i capelli eccezionalmente spettinati per il suo standard, e decise che ne aveva abbastanza. Così se la prese con sua sorella.

«Che sei emozionata?».

Fana, stranamente a corto di risposte, lo fissò in silenzio. E Terio proseguì senza mutare il tono stizzito.

«Capace che ora scendi per farti  fare l’autografo!».

E, voltandosi, rientrò in casa sperando di riprendere il sonno interrotto. Non senza buttare lì un’ultima battuta velenosa.

"Io a questa cosa inutile di Michele Placido non l'ho potuta sopportare mai!"

 

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